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Mettere in relazione esperienze, culture e saperi. Questo sarà l’intento col quale creo questoblog, con la consapevolezza che per uno spazio libero nel quale ci sia la possibilità di “fare rete”, ci debbono essere commenti e considerazioni esterni liberi; appunto per agevolare questo aspetto, ho deciso di non moderare alcun commento, lasciando la scelta a chi vorrà contribuire. Spero questo nostro spazio possa essere utile a me quanto soprattutto a voi. Buona navigazione… G.P

«Oggi più che mai mi sento di ripetere quello che tante volte ho detto negli anni passati: non ci sono più ragioni perché le tradizioni riformiste dei socialisti, dei popolari e dei cattolici-democratici, dei liberaldemocratici e dei laico-repubblicani, divise dalla storia e dai contrasti ideologici del Novecento, continuino ad essere divise anche in un secolo nuovo, cominciato con qualche anticipo con la caduta del muro di Berlino. Le divisioni del passato non hanno dunque più ragione di esistere, ma è nel futuro che dobbiamo cercare le ragioni di una unità nuova e feconda.» Romano Prodi

Ho il culto delle gioie semplici. Esse sono l'ultimo rifugio di uno spirito complesso. Oscar Wilde 

Cos'è l'infinito? Pensa all'umana stupidità. Bertrand Russell

Sono sempre pronto a imparare, sebbene non sempre gradisca che altri mi insegnino. Winston Churchill











































 


 

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7 maggio 2014

Considerazioni per appunti sull'arte di Gianni Dalla Bona.

Mi è stato chiesto dall'amico e artista Gianni Dalla Bona, di mettere per iscritto le impressioni che ho provato a dire in un mio intervento durante un vernissage organizzato dall'artista nella città di Portogruaro nell'aprile del 2014, quindi eccomi qui.

Premesso che per uno studioso di musica, qualsiasi passo oltre l'ambito di ricerca diventa un pericoloso azzardo, trattandosi la mia materia di un campo meno fisico e materiale ma più simbolico, etereo, impalpabile, cercherò comunque di esprimere ciò che, nel percorso artistico di Gianni, mi ha suscitato la sua poesia. 

Partirei da due concetti centrali nell'analisi delle estetiche contemporanee: il sublime, la fantasia. Riguardano ambiti, categorie e costrutti semantici diversi, ma, se analizziamo bene la radice etimologica delle due parole, capiamo da cosa sono accomunate. Senza farla troppo lunga su docenze che non mi appartengono, tralasciandola famosa Enquiry romantica, arrivando all'origine storica del concetto di sublime troviamo Longino, o quasi. Infatti le idee centrali del suo Perì hypsous, del secolo I d.C., sono prese dalla tradizione platonica e fedristica precedenti. Tutto il concetto -quo facto calculemus- trova sviluppo nel passaggio della passione o meglio del pathos che conduce all'estasi, o meglio all'ek-stasis, cioè l'andar fuori di sé e “fuori di mente”, in uno slancio e in un'elevazione degli animi tendenti verso l'alto, in comunione con il divino (hypsous significa infatti altezza).

Tutti questi prolegomeni non a caso. Essi sono infatti strettamente legati alla concretezza dell'arte in questione (l'arte figurativa), e all'altro tema precedentemente elencato, la fantasia. Quando mi sono trovato davanti, nell'ultima mostra organizzata dall'artista alla quale ho partecipato, al dipinto centrale del vernissage, ovvero una particolare, originale e ricercata rappresentazione dell'abbazia diSanta Maria in Sylvis di Sesto al Reghena, ho trascorso un vero e proprio momento estatico, di sintesi sensoriale unica. Ho conosciuto Gianni durante la sua rassegna veneziana “Viaggio di ritorno”, in cui ho scoperto quali fossero le tappe centrali del suo viaggio e della sua vicenda. Venezia con le sue unicità lagunari, la Svizzera con i suoi colli caliginosi e misteriosi, Casarsa con il suo percorso pasoliniano e così via. Ebbene, con questa opera si aggiunge un'altra tappa fondamentale all'itinerario artistico sopra citato: Sesto al Reghena. È da qui infatti che prende corpo uno dei dipinti migliori dell'artista. In pochi centimetri quadrati Dalla Bona ha sintetizzato, 

in un forte afflato sinestesico, la contaminazione delle varie sensazioni percepite all'interno dell'imponente edificio. I profumi dell'incenso, la luce soffusa di un pomeriggio poco ospitale, il tipico freddo protetto delle chiese in una di quelle giornate torride, lo scalpiccio dei chierici, i rumori delle foglie mosse dai passeri, il tipico sapore acre frutto della digestione del pane azzimo ricevuto durante la comunione. Tutte sensazioni che si trovano in un quadro veramente bello poiché fruttuoso, che rappresenta questa fortezza ecclesiale nel suo esser-cosa, nella sua intima semplicità, espressa solo attraverso un thaumazein,un meravigliarsi di fronte al mondo, che solo il vero artista ha. In questo che oserei definire post-impressionistico e allo stesso tempo metafisico, lo spirito di Tommaso De' Savioli, di Pietro Barbo, del patriarcato aquileiano, rivivono nei giorni nostri. Ed ecco che questo concentrato di estrema lucidità, di chiarezza finale, di fantasia immaginifica prende forma. Sensazioni esplorate nei loro più profondi e nascosti anditi, con una valentia tipica di chi sa usare magistralmente tele e pennelli.

Fantasia, eccoci giunti alla seconda parola. Fantasia non nel termine proprio di invenzione eidetica, frutto del puro pensiero, di “pomposa apparizione”, bensì di coltura e raccolta degli elementi reali, fisici, palpabili e sensibili, tesi all'arte e alla poesia; tutto questo in una sintesi che si discosta dal phainomai greco, del “mi mostro”, che quindi può non corrispondere all’oggettività della cosa in-sé, ma che arriva all'analisi attraverso l'interpretazione artistica, in quel “prodotto dell'incrocio”, per dirla alla Pasolini, che solo gli animi più nobili possono creare e quindi cogliere.

Forse coscientemente o forse no, il pensiero dell'artista qui più che nelle altre opere, è animato dal tentativo di superare concretamente, finanche esistenzialmente, la dualità tra soggetto percipiente e oggetto percepito, eternizzando la forma d'arte attraverso l'unione dell'io al sé. Mi spiego meglio. Il concetto classico di fantasia ci pone in un'ottica di reinterpretazione di oggetti reali e riconoscibili (poiché eidetici), qui invece la mente dell'artista ha seguito il suo corso, superando (forse) il bipolarismo fra interprete e cliente, in un'ottica di arte orizzontale, dove l'interpretazione di colui che la percepisce collima e ha la stessa valenza dell'interpretazione dell'artista. Il tutto poiché questa rilettura acritica è libera, poiché lascia agire il pubblico. Alcuni ci possono vedere solo dei segni scomposti,altri la sincreticità dell'animo teso fra intimo e sociale, ma ciò che conta, è che dipende esclusivamente da colui che coglie. Forse davvero una delle forme più alte di arte è questa, fortemente intima ma allo stesso tempo estremamente democratica. Questa visione dell'opera d'arte presuppone una riscrittura dei termini interpretativi del proprio linguaggio, percorrendo la famosa lettera di Lord Chandos, che ci mostra come la trascendenza e la trasfigurazione prescindano dalle codifiche semiologiche. Gianni Dalla Bona fa esattamente questo: ci lascia la libertà di immaginare, di scegliere cosa vedere, ci rende usufruitori attivi, e lo fa con viva fantasia giungendo al sublime.


Giorgio Peloso

24 marzo 2014

Il teorema di Lilliput, ovvero sull’indipendenza del Veneto con qualche idea di politica

di Giorgio Peloso*

     Da qualche mese a questa parte si invoca con sempre più insistenza il principio di diritto all’auto-determinazione del popolo veneto, invocando un referendum che lo consulti su un’eventuale indipendenza dalle casse dello stato centrali. Nella disamina che segue, tralascerò le questioni sollevate di incostituzionalità della decisioni, non farò riferimento al trattato di Lisbona o alla costituzione europea poiché vorrei utilizzare questo spazio per trattare questo tema con una maggiore profondità.

L’affermazione per la quale un popolo deve auto-determinarsi attraverso una consultazione sulla sua indipendenza economica, pone un irrinunciabile problema di igiene linguistica e concettuale.

Si pone come prerogativa quella di una divisione fra stati, una suddivisione politico-amministrativa attraverso un plebiscito che però vuole basarsi su un concetto di nazione, di identità culturale e linguistica. Questa aporia precede ogni considerazione fattuale e di ordine economico-numerico sulle ragioni dell’indipendenza,poiché non rende conto dell’eliminazione da parte dello stato della nationem, le quali entità hanno necessariamente due forme distinte di sovranità. Il federalismo che deve procedere da queste premesse deve essere un federalismo che va oltre lo stato,secondo un superamento della prassi a favore, oserei dire, di un agire disincantato, frutto di un realismo illusionfrei. Ma il perché si debba andare oltre lo stato, è il punto fondamentale della questione federalista. Per Gianfranco Miglio, figura di vate vero e proprio, lasciato negligentemente ad uso e consumo della lega nord, il federalismo era il naturale approdo del processo di esaurimento della forma-Stato tradizionale, cioè la risposta politica alla crisi della stessa. Attraverso la secolarizzazione,contestando cioè la pretesa della forma-Stato di porsi come centro statuario nella storia del mondo, si capisce come questo decentramento non possa evitare di fare i conti con la storia dello stato a cui si riferisce; arriviamo quindi all’unità di misura (e a mio modo di vedere il metodo col quale costituire una riforma delle competenze territoriale) con la quale l’Italia da sempre ha risposto agli strappi di decentramento venuti da una unità politica sofferta e ancora poco pregnante. Miglio prende però in esame alcuni principî venuti fuori dalla riflessione del 1863 del, da Marx vituperato, Pierre Joseph Proudhon. Ne è esempio il problema della così chiamata “dissoluzione sociale” attraverso governi di fatto che devono risolversi attraverso unità primigenie. L’entità in questione è la città, la forma originaria di rapporto fondato su connessioni fortissime di tipo etico, comunitario e organicistico. Fare una riforma federalista in Italia significa per forza fare i conti con solidificazioni territoriali e, a volte, con incrostazioni che il corporativismo atavico fondato su corporazioni, su camarille o, si direbbe oggi, lobbies, ha creato. Il primato del Veneto in questo è sicuramente bino; questa regione definita da molti “gigante economico ma nano politico”, infatti non era esente dalle sue“mariegole” allora e dai suoi corporativismi oggi. Erano manifestazioni iniziali di questo fenomeno brobdingnagiano che ha fagocitato a piccoli passi ma su larga scala tutti i veneti; manifestazioni cioè dell’economia prima che della politica. E qui arriviamo ad un punto focale per la comprensione del fenomeno di questi anni: l’economia veneta. Economia intesa nella sua accezione greca, di oikos, di qualcosa cioè di domestico, di familiare,finanche di intimo. Ed è la conferma dell’intraprendenza unica che il Veneto ha espresso, con i suoi lati più o meno oscuri. Uno dei quali è sicuramente l’innata autarchia sulla base di un’economia di sistema basata sul principio di benessere familiare. La cesura fra economia e politica è la causa di questo sentito distacco fra nord produttivo e stato centrale. Se infatti la conseguenza dell’andamento sociale di uno stato mira implicitamente alla conservazione del potere (così come parallelamente il bonum dell’individuo mira ad una egoica autarchia),è certo che la maniera meno impattante per imporre la sovranità di un ente sui suoi cittadini risiede nel superamento di quella forma-Stato originale di cui sopra. Ecco quindi–e l’intuizione di Miglio in questo è avanzata- che si rende necessaria una ridefinizione delle competenze territoriali non attraverso emancipazioni o irredentismi à rebours, ma attraverso una seria (seria per Dio!) riforma delle suddivisioni territoriali, attraverso n (5/6) macroregioni, eliminando le province, unendo le risorse (dipendenti, maestranze, dirigenti,segretari) comunali.

Ma tralasciamo queste che a qualcuno risulteranno fumisterie da“filosofumo” da quattro soldi, e passiamo ai numeri, alla“ciccia”. Se si parla di autosufficienza politica ed economica,si presuppone di funzionare, perfino –dico io- di essere virtuosi.Ebbene purtroppo no, politicamente non lo siamo. Il Veneto è governato da una banda di incapaci con a capo uno “zoticone” (a detta di Gianfranco Galan) incapace che è Zaia. Se infatti gli antesignani storici di Zaia (Galan escluso chiaramente), Bernini e Tomelleri, dimostravano di avere una certa cultura politica,l’attuale governatore sembra da solo dare ragione allo storico nemico-predecessore nella suddetta affermazione. Lo stesso Zaia che oggi si proclama il Masaniello delle Partite IVA o l’Alberto da Giussano delle massaie (tutte categorie che mi stanno molto a cuore),cavalcando da ronzino quello che pare essere il cavallo vincente dell’indipendenza, è lo stesso che da presidente della provincia di Treviso si lagnava poiché non riceveva i finanziamenti europei che gli spettavano (ed era giusto che gli spettassero per quanto mi riguarda), dimostrando così il contrario di quello che va predicando oggi. Fra l’altro se parliamo di giorni nostri, come non notare il bilancio che tiene conto degli equilibri interni della maggioranza,secondo diversi pesi politici, con una scorporazione della maggioranza che crea tante piccole parcellizzazioni di anime della stessa maggioranza che devono mutuarsi vicendevolmente favori? Come non vergognarsi essendo ultimi da anni nella approvazione dello stesso, con un commissariamento de facto(poiché si opera in dodicesimi) di quattro/cinque mesi, dovuto all’assenza prima di tutto di regia politica? Come lamentarsi dell’accentramento sprecone romano, non notando che il nostro governatore è l’ultimo consigliere regionale come presenze in aula (17%), salvo poi presentarsi con stivali ed orifiamma (chiaramente verde) solo per discutere di una stupidaggine come la discussione della 44/2012(guarda caso vertente sull’indipendenza del Veneto)?

I dati sono drammatici e vividi: il Veneto nel 2010 ha esaurito la sua capacità di indebitamento, indebitandosi per i prossimi 30 anni, creando un debito di 80 milioni di euro che vanno a coprire il buco nella sanità; come i Labia (con la differenza che la nobile famiglia recuperava gli argenti gettati) ha buttato dalla finestra 750 milioni di euro, più i relativi 600 milioni di investimenti che quelle risorse avrebbero potuto generare nella regione. Il Veneto inoltre è la seconda regione d’Italia –dopo la Lombardia- per fuga di cervelli; nel 2012 infatti 35.000 ragazzi hanno abbandonatola regione, con un aumento quasi del 30% rispetto all’anno precedente (25.000).

La disoccupazione giovanile veneta nel 2010 era all’8%, oggi è al 24,1.

Viene il sospetto (ma è solo un sospetto), che questo tema del federalismo venga solo cavalcato, da questi personaggi di quinta categoria che hanno esaurito le cartucce originali, per avere un ritorno elettorale. Esso non viene studiato, analizzato, pensato, viene semplicemente declamato, polarizzato rispetto a “Roma ladrona” con le sue organizzazioni rizomatiche e i suoi carrozzoni (che sicuramente non funzionano), contrapposti al nord produttivo, al miracolo industriale e a quel gigante economico (che sicuramente non funziona).

Un tema così importante come la riforma dell’assetto geopolitico delle istituzioni, non può essere trattato con toni apocalittici ma allo stesso tempo ridicoli che si leggono, come ad esempio di un“destino altrimenti votato all’infelicità”; esso non può passare attraverso goffi tentativi di mobilitazione di tastiere; non può parlare alla pancia prima che al cervello; non può espletarsi attraverso slogan e brocardi, bandiere e sensi nazionali inesistenti.Deve invece essere posto come tema generale, in un’agenda politica nazionale, e deve riguardare (si veda Miglio) forme pattizie di riforma, non coattive o secessionistiche. Il Veneto ha una risorsa che non è Roma così come non è Venezia, è la sua capacità di creare condizioni atte allo sviluppo, la sua capacità di sfruttare situazioni apparentemente difficili, sempre. La sfida sta nel pensare alla nazione formando lo stato, riportando l’economia nella politica, uscendo da questo teorema di Lilliput, rinunciando ai nani e ai giganti.    


*Partito Democratico




permalink | inviato da Giorgio Peloso il 24/3/2014 alle 15:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

14 marzo 2014

vocat per intimam cogitationem

Il dramma della società moderna risiede nell'equiparazione dell'io al tutti. 




permalink | inviato da Giorgio Peloso il 14/3/2014 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

10 febbraio 2014

Quella strana maggioranza di minoranze.

E' successo di nuovo, ci risiamo. Ciò che fino ad un anno fa pareva poco probabile, addirittura inverosimile, per taluni inconcepibile, si è verificato nuovamente. Avevamo assistito al primo atto di questa imbarazzante commedia dell'arte, qualche mese fa, quando, in occasione del dibattito (durato pochi giorni) sul reato di clandestinità,  Zan Ganassa (Beppe) e Pulcinella (Silvio) si rincorrevano e si evitavano in episodi molto ghiotti per i giornalisti e altrettanto penosi per gli atterriti astanti. Sì, perché sul palco di quell'arena dove un giorno ci si picchia, l'altro ci si compra, e quello dopo si scambiano "sagge" opinioni sulle larghe,anzi larghissime e smandrappate intese come se nulla fosse accaduto, succede anche ciò che nemmeno Goldoni avrebbe potuto costruire. 

Eccoci allora, con un copione dove i cattivi, i responsabili irresponsabili, devono essere identificati facilmente, così da rendere ancora più chiari e semplicistici i riferimenti attanziali di una politica oramai al declino. Ecco quindi che FI, lo stesso PDL che contribuì ai 498 voti a favore del Napolitano bis, oggi si scaglia, si straccia le vesti (non i capelli per ovvie ragioni), urla "impeachment", vagola nel transatlantico in cerca di qualche prima pagina, così che si capisca bene chi sono i buoni e chi sono i cattivi, chi sta in trincea e chi invece pontifica dall'alto della sua posizione geografica. E lo stesso ragionamento è applicabile a coloro i quali raccontano un pezzo di verità (es. su decreto bankitalia), che sono gli stessi "che non mollano" e che quindi non sono boia (mi chiedo chi sia il boia lì dentro, ah sì, Napolitano!), e sono guarda guarda, gli stessi ad avere un pezzo di responsabilità sulle spalle. Se infatti questo canovaccio ci sembra poco naturale e addirittura posciadesco, analizzando meglio il copione, vedremo che questa strana "maggioranza di minoranze", qualche comune denominatore e un senso ce li ha. Senza soffermarmi infatti sui disastri provocati dalla politica economica (non dalla politica sessuale) di una destra piegata sul suo Caudillo autoritario, incapace di coltivare nessun giovane virgulto autonomo e senza che reciti la parte già scritta, mi voglio altresì rendere conto della responsabilità che il M5S e tutti i grilletti  hanno avuto -da dodici mesi a questa parte- nella canea politica italiana. 

Sinceramente mi interessa poco se denunciano tutte le pezze giustificative o se si abbarbicano sui tetti della Camera dei Deputati, preferisco pensare al febbraio/marzo del 2013, quando avendo la possibilità di cambiare l'assetto governativo a proprio favore, hanno fatto spallucce pronunciando cachinni da pescivendoli, sostenendo che "tutti erano uguali", che "tutti erano morti", eccetera. Bene, gli 8 (10, 100, 10000) punti proposti da Bersani, erano sul tavolo,  pronti per dare avvio ad una sana Repubblica, anche con l'aiuto di un importante pezzo di paese. Mi chiedo in seno a quale democrazia interna dell'etere sia stata decisa la linea da seguire, mi chiedo ancora oggi, ad un anno dal misfatto, quanti di quel 25% di cittadini italiani che hanno votato il M5S, siano stati interpellati sul da farsi. Niente. Nessuna risposta. Solo confusione per intorbidire le acque, solo proposte irricevibili per una maggioranza di non pentastellati. Ebbene siamo ad un anno dalle ultime elezioni politiche e -pur essendo il mio giudizio negativo nei confronti del governo-  non posso non notare una minoranza che oramai sta diventando maggioranza, populista, gretta, urlatrice e semplicistica. Dove Forza Italia 2 la vendetta insegue in scia i propri detrattori, dove i "tanatoprattori" della seconda Repubblica bruciano le alternative, occupano le commissioni e danno delle sessualmente comprabili (per essere eleganti) a deputate della maggioranza, e via discorrendo. 

Questo memento (per gli amici grilletti non serve che ci aggiungiate audere semper) vuole essere inserito in quel vademecum mentale che ogni elettore avrà quando il 25 maggio dovrà rinnovare il Parlamento Europeo, auspicandomi che se esisterà un benedetto redde rationem, chi ha sbagliato, paghi.

GP

6 luglio 2012

TAV, facciamo il punto.

Linea ad alta velocità, corridoio cinque, Transpadana, asse intermodale Lisbona - Kiev, sono solo alcuni dei nomi con i quali si definisce l'opera che lambirà per sempre il Veneto ed il Friuli Venezia Giulia (oltre alle altre regioni), e precisamente che attraverserà le due città più importanti di essi: Venezia e Trieste. Ciò che ci sta in mezzo è un territorio delicato, difficilmente manovrabile geologicamente, che deve essere necessariamente preservato; è un territorio formato da comuni con una loro identità di "campanile" ben definita, intima ed equilibrata entro un ecosistema che non ammette ulteriori alterazioni. Comuni a loro volta di cui una parte non ha ad esempio ancora approvato il piano delle acque, dove il pat (e di conseguenza la vas e la vinca) non si vedono ancora, e dove quindi la predisposizione di un'infrastruttura del genere è in anticipo. La breve storia della TAV/AC -che è meglio chiamare TEN-T (Trans-European Networks - Transport) per precisione terminologica- inizia nel 1992 con il trattato di Maastricht, in cui si delineano due linee direttrici intermodali principali: Berlino -Palermo e Lisbona Kiev. L'iter prosegue con il trattato di Amsterdam che pone le basi giuridiche di questo sviluppo. Questo mostra come l'opera di cui parliamo è sostanzialmente un patto sancito fra Europa e stato italiano attraverso una procedura europea ben precisa. La prima considerazione che faccio dunque è questa: non c'è spazio per la logica del campanile, espressione del famoso effetto chiamato nimby; ciò di cui parliamo non può essere ostacolato da nessuna importazione sciovinistica o addirittura localistica. Questo è il primo pilastro che pone all'interno l'importanza di europeizzazione non solo economica, ma politica e transmetropolitana. Il secondo caposaldo del mio ragionamento riguarda la questione della cosiddetta sfmr, il sistema metropolitano di superficie, che va potenziato in maniera seria e puntuale; esso aveva una scadenza per il 2005 che però non è stata rispettata, la ferrovia che oggi ha -a detta dei dati meno ottimistici- una capienza funzionale del 40%, deve essere integrata in un modello metropolitano che colleghi alla linea Venezia-Trieste, Padova. Questo in seno al fatto che vede, a partire dagli anni settanta, il decentramento urbano dovuto giocoforza al minor costo delle case di periferia, il che promuove implicitamente il pendolarismo. Migliorare la linea significa, oltre che aumentare quantitativamente le macchine, anche potenziarla facendola passare dagli attuali 150 km orari, ai forse futuri 180. Si parla fra l'altro di porti come Capodistria, Trieste, Venezia e Ravenna, che dovranno aumentare gli scambi commerciali verso l'est: pensiamo ad esempio ai sudati 400.000 containers circa movimentati annualmente entro il porto di Venezia (che rimane fra l'altro  al primo posto fra i porti del sistema alto adriatico) contro il numero europeo che va da quattro milioni ai dieci di Amsterdam. Terzo punto imprescindibile è decarbonizzazione dell'aria. La Pianura Padana è un catino chiuso dalle Alpi e dagli Appennini, dove l'aria ristagna proprio perché i flussi scorrono da ovest a est, perciò essi, trovando la barriera montuosa, lasciano privo di ricambio l'ecosistema padano. Mettere più merci su rotaia significa arrivare alla diminuzione del 60% dell'inquinamento atmosferico delle PM10 dovute al trasporto su gomma.

Contro questi quattro punti che inquadrano la tav come opera significativamente vi sono delle domande alle quali noi cittadini ed amministratori vorremmo fosse risposto: innanzitutto qual è il modello di esercizio? Quanti treni passeranno precisamente sul tratto Venezia -Trieste? Quanti quelli notturni? (è chiaro che l'incidenza acustica  è maggiore di notte) Quali saranno le fermate? Come si integra la linea che dovrebbe venirsi a creare con gli altri tipi di trasporto? Qual è l'impatto ambientale? Qual è la velocità di transito nei centri abitati? Quale l'impatto da vibrazioni? Quale l'impatto urbanistico? Quale l'impatto elettromagnetico? Quale quello paesaggistico? Quanto costa totalmente e con che finanziamenti verrà realizzata? In che termini l'opera può essere finanziata attraverso l'UE? Tutte queste domande controbilanciano la positività dell'opera, e rendono naturalmente -e giustamente- più scettici i territori. Tirando le somme: la TAV è un'importante opera che non può essere procrastinata, su di essa inoltre non si può speculare politicamente ed elettoralmente, ma è indubbio che vi sono delle responsabilità se il paniere di opzioni che ci troviamo allo stato attuale dell'arte è per due terzi improponibile. Sia il tracciato alto (in affiancamento alla linea storica) che quello basso (il litoraneo) presentano dei deficit enormi, quello alto poiché lambisce territori costruiti attorno alla linea attuale, prevedendo espropri ed abbattimenti, compromettendo -nonostante le opere di mitigazione- la qualità della vita dei residenti e segnando per sempre il paesaggio urbanistico e bucolico della zona. Il tacciato "litoraneo" è un vero schiaffo paesaggistico, che va a distruggere un ecosistema floro-faunistico, irrompendo fra le altre cose in un sito archeologico quale quello di Marteggia, senza considerare gli enormi maggiori costi che comporterebbe (poiché più lungo). L'altra soluzione che potrebbe essere disponibile riguarda l'affiancamento all'autostrada A4. Questa alternativa, già adottata dalla regione Friuli Venezia Giulia, è stata inspiegabilmente (anche se la spiegazione è chiara) scartata per, chiamiamola "irresponsabilità politica". L'affiancamento alla nascente terza corsia autostradale, è sicuramente l'alternativa a cui i territori, lo sviluppo sostenibile e la politica del buon senso, tendono. Infine mi auguro che il modello francese possa entrare a piè pari dentro al dibattito TAV, un modello di democrazia partecipata, dove la TAV effettivamente serve a decongestionare realtà caotiche, dipanandosi entro circa 2500 km di rete ripartita come segue: Parigi-Marsiglia, Parigi Bordeaux, Parigi-Normandia, con un finale tratto di TGV Atlantique che dovrebbe correre verso il Belgio. Qui fin da subito il modello di esercizio è stato esplicitato, sono stati ascoltati i territori con una naturale evoluzione dei modelli partecipativi. Questo è quello che si deve fare in Italia, e più in nuce nelle nostre provincie contigue. Solo così non avremo più bisogno di tecnici e potremo riprenderci il nostro spazio all'interno della reale politica. 


                                          


                                     Giorgio Peloso, Direzione Nazionale Giovani Democratici - Consigliere Comune di Meolo

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